Crescita, disuguaglianza, welfare – di Andrea Bottinelli
Proviamo a declinare sostantivi così impegnativi con il linguaggio empirico degli economisti e con un’arida sintesi scaturigine di alcune ricerche effettuate sulla stampa specializzata, per riportare le brevi conclusioni di autori di noto prestigio internazionale interrotti dal pensiero del Padre Balducci contenuto – in questo caso – nella sola cornice dei temi riguardanti giustizia, uguaglianza e diritti dei più poveri (…nel libro-intervista “Il cerchio che si chiude” il Padre risaliva alle proprie radici autobiografiche e ammetteva di aver vissuto dolorosamente la frattura col mondo popolare delle sue origini, quando da ragazzo entrò in seminario), per aiutarci a comprendere una realtà che dalle alte cattedre politiche, scientifiche e culturali scivola fino ad insinuarsi sotto la soglia dei nostri ingressi domestici, spesso impreparati ad avvertire i sintomi di un progressivo mutamento di quelle che – una volta – erano definite le “classi sociali” ma oggi omologate nelle due categorie: ricchi capitalisti e poveri lavoratori.
Ora alcune premesse: in generale
a) Il capitalismo è oggi, per la prima volta nella storia, l’unico sistema socioeconomico esistente
b) Il mondo vive di continui scambi, d’interazioni, e vede il contrapporsi di due attori principali: il mondo occidentale (Europa e America del Nord) e l’Asia (trainata principalmente dalla Cina). Queste due aree geografiche dominanti rappresentano, da sole, il 70% della popolazione globale, e addirittura l’80% della produzione.
c) Le cause della diseguaglianza nei paesi occidentali, ovvero: il cambiamento tecnologico, il quale ha incrementato i salari dei lavoratori altamente specializzati a scapito di quelli poco qualificati, la globalizzazione, che ha reso possibile produrre merci in nazioni caratterizzate dal basso costo del lavoro, e le politiche economiche (abbandono delle politiche keynesiane)
e in particolare
d) La stagnazione dei salari affligge l’Italia dall’inizio degli anni ‘90 ed è uno dei segni più evidenti del suo declino economico (vedi dati OCSE 2024)
e) Il rapporto Irpet sull’economia toscana mostra una significativa contrazione della
produzione industriale (-4,4 per cento) nei primi dieci mesi del 2024, con il comparto moda
particolarmente colpito (-11,4 per cento)
Invito alla riunione Telmo Plebani (dottore in biologia evolutiva e Filosofia della Biologia) che afferma a proposito della Crescita “nel nostro sistema economico l’obbiettivo irrazionale di una crescita perpetua è perseguito promuovendo un consumo eccessivo e un modello usa e getta che richiede energie e risorse, genera rifiuti e inquinamento, aumenta le disuguaglianze economiche e causa il cambiamento climatico. La crescita ovviamente è una caratteristica centrale della vita, ma in natura essa non è né lineare né illimitata.
Mentre alcune parti degli organismi e degli ecosistemi crescono, altre declinano, riciclando i loro componenti che diventano risorse per una nuova crescita. Questo tipo di crescita equilibrata e multiforme, ben nota ai biologi ed ecologi, è ciò che chiamo “crescita qualitativa” per contrapporla alla crescita quantitativa del PIL utilizzata dagli economisti odierni. La crescita è qualitativa perché migliora la qualità della vita attraverso una continua rigenerazione.”
Branko Milanovic in “Capitalism alone” analizza l’economia politica in un’ottica globale cominciando con due immagini.
Zhang, brillante studente di un famoso liceo di Pechino, è a casa quando riceve la tanto attesa lettera dalla celebre università di Harvard, con l’esito della sua domanda di ammissione alla facoltà di ingegneria informatica. Esito che, purtroppo, scoprirà essere negativo. Lo stesso esito tocca alla candidatura di Liu, eccellente liceale di Shangai, e di tutti quegli studenti cinesi che, poco meno di un anno fa, hanno visto rifiutate le loro domande di studio nella celebre università americana. E questo perché, se Harvard accettasse Zhang, Liu, Chen, Yang e tutti gli altri più che qualificati studenti cinesi nel suo ateneo, la prestigiosa università americana rischierebbe di trasformarsi in una piccola Chinaschool.
Seconda immagine: sono le cinque del mattino e Rakesh, meccanico trentenne di Mumbai, fa la fila davanti all’Apple Store, in attesa di comprare il nuovissimo IPhone 11. Davanti a lui ci sono già più di duecento persone che attendono con impazienza di avere tra le mani il nuovo prodotto della Apple, prima di andare al lavoro nella metropoli indiana.
Cosa dicono queste due immagini? Primo, che la Cina sta assumendo un ruolo sempre maggiore nel contesto politico economico globale, e secondo che il consumo sfrenato, nonché motore del sistema capitalistico, sta diventato un’invariante geografica e quindi possiamo concludere che vale l’affermazione a) delle premesse.
L’occidente è caratterizzato da ciò che Milanovic chiama “capitalismo meritocratico liberale”. Gli aggettivi servono a mettere l’accento su due tratti distintivi di questo sistema sociale: il termine «liberale» (da liberal equality), mentre «meritocratico» al concetto di merito, perfettamente catturato dall’espressione «careers [are] open to talent» La sua economia sta diventando sempre più intensiva di redditi da capitale – è un’economia, cioè, in cui i salari di chi per vivere deve lavorare pesano sempre di meno, e pesano invece sempre di più i profitti di chi detiene imprese o azioni, e le rendite (affitti, debito pubblico). Chi è ricco di redditi da capitale tende sempre più a essere anche tra i più ricchi considerando il reddito nel suo complesso, per cui il neologismo homoplutia ne fornisce una definizione appropriata. Poi la Cina di Deng Xiaoping, leader della Cina dal 1978 al 1992, e il suo Capitalismo politico moderno basato su tre elementi: un dinamismo del settore privato (investimenti), il ruolo efficiente della burocrazia (o dell’amministrazione), e un sistema politico che si basa su un singolo partito permettendo una gestione più efficiente dell’economia e del suo processo di crescita.
A questo punto, sulle prime due lettere delle premesse, alcuni estratti dall’omelia di Balducci “Gli ultimi tempi” Vol. 3 – Borla
“[..] C’è una espressione, nel brano di Luca, che ogni volta che mi avviene di incontrarla mi lascia una profonda perplessità, che è quella che forse si rifletterà stamani anche nelle mie parole. Gesù non fa distinzione fra una ricchezza giusta ed una ingiusta. La ricchezza è «mammona di iniquità», è intrinsecamente disonesta. […] Sarebbe questa una lettura letteralistica e quindi incapace di penetrare nella perenne validità del discorso di Gesù che è sempre un discorso profetico, cioè un discorso che attraverso un giudizio sul suo tempo mira ad aprire una prospettiva su una condizione di totale libertà dell’uomo, quella verso cui l’umanità si muove,consapevole o meno. […] Questi amministratori che si fanno amici attraverso transazioni disoneste, questi commercianti che speculano sulle condizioni del tempo, delle stagioni, sulle festività per trarre guadagno, che pensano — mi viene in mente quanto fa il Nord del pianeta col Sud — a vendere anche lo scarto del grano. […] Oggi poi che viviamo in una articolazione dell’economia così stretta che non c’è un fatto economico in un punto qualsiasi del pianeta che non abbia rapporti oggettivi con un altro fatto economico — il nostro benessere e la fame sono strutturati in modo che l’uno è perché c’è l’altro. […] L’economia è perversa se da una parte crea l’accumulo di denaro e dall’altra lo sfruttamento e la povertà. Antica parola, però noi a questa parola possiamo dare mediazioni di ordine sociopolitico ed economico che sono tutt’altro che astruse, sono importanti…
e verifichiamo gli scaturenti effetti che se li chiamassimo con il sostantivo DISUGUAGLIANZE credo troveremmo la condivisione di ciascuno.
J.J. Rousseau nel (discorso sull’origine della disuguaglianza) scriveva che “il primo che, avendo cinto un terreno, pensò di affermare: questo è mio e trovò persone abbastanza semplici per crederlo, fu il vero fondatore della società civile e continuava […] l’errore di Hobbes e dei filosofi è confondere l’uomo di natura con gli uomini che hanno sotto gli occhi. […] non conoscono che ciò che vedono e non hanno mai visto la natura. Sanno assai bene che cosa è un borghese di Londra o Parigi ma non sapranno mai cosa è un uomo.
Quale sia la causa principale, tra le tre elencate in premessa non è data con certezza poiché è difficile comprendere quale sia l’incisività e l’influenza di ciascun fattore sull’aumento della diseguaglianza; pare tuttavia che la globalizzazione sia il fattore dominante, la forza fondamentale che ha generato il framework in cui si sono sviluppati gli altri due fattori. I governi hanno dovuto radicalmente cambiare le politiche economiche a causa di uno degli effetti della globalizzazione, ovvero la perfetta mobilità del capitale, il quale oggi può facilmente essere trasferito da un Paese ricco verso uno o più Paesi poveri per impiegare forza lavoro. Il Prof. Stefano Zamagni (presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali) ci racconta che “la
conquista della egemonia culturale, a livello mondiale, è avvenuta attraverso la forza del denaro e gli investimenti nelle armi” e che già il Fondo monetario FMI aveva avvertito per tempo sui rischi di una “globalizzazione che avrebbe creato disuguaglianze sempre più forti, per molto tempo ritenuti funzionali allo status quo, al mantenimento del sistema”. A farne le spese la classe media occidentale, il grande perdente del processo di globalizzazione, mentre i benefici della globalizzazione sono stati apprezzati dagli occidentali più ricchi e dalla classe media del terzo mondo.
Milanovic scrive che non esite alternativa al capitalismo “«There is no alternative». L’unico modo per mettere un freno al capitalismo è che tutti gli abitanti del pianeta si sottraggano contemporaneamente alla sua logica. Tuttavia, il capitalismo ha portato con sé un livello di ricchezza senza precedenti (specialmente nel nord del mondo), e nel tempo ha ridotto sia le disuguaglianze che la povertà (relativa) globale; tutto ciò rende poco credibile aspettarsi una tale prospettiva”.
Allora è lecito che ci poniamo alcune domande:
a) è ‘naturale’ che gli uomini si dividano in ricchi e poveri?
b) Esiste un criterio razionale che possa giustificare questa divisione?
c) È forse “l’avvento della meritocrazia” (Michel Young, 1958) il testo giustificazionista?
d) Perché accettiamo che le conseguenze di una distribuzione ineguale delle risorse generino
quello che Joel Kopktin chiama “The new Feudalism”?
e) Qual è il livello massimo di disuguaglianza che possiamo permetterci?
f) Possiamo fidarci della “mano invisibile”, metafora costruita da Adam Smith per rappresentare
il ruolo della Provvidenza (in qualche modo immanente) per virtù della quale all’interno del
libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse non è favorevole solo a sé stessi ma
anche all’interesse della intera società?
…troppe domande senza risposta.
Queste brevi e senz’altro insufficienti stanze ci avvicinano al luogo che più ci interessa , ovvero l’areacongiuntura in Italia ed in particolare in Toscana (leggi gli alert che la stampa specializzata ci sciorina quotidianamente). L’Ocse ha scritto per il secondo anno di fila nel suo Employment Outlook 2024: l’Italia è il Paese in cui gli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione, hanno perso maggiore potere d’acquisto. Nei primi tre mesi dell’anno, i salari reali erano ancora più bassi del 6,9 % rispetto a prima della pandemia. La crescita dei salari reali nel settore manifatturiero italiano tra il 2000 e il 2020 è stata pressoché in linea con quella registrata in Francia (+25,3%) e superiore a quella della Germania (+18,1%) e della Spagna (14,4%).
In tutti i principali paesi competitor, tuttavia, la produttività del lavoro è cresciuta ben più che in Italia, due volte tanto in Germania (+40,2%).
Guadagni di produttività così limitati rispetto ad altri paesi hanno comportato una netta perdita di competitività per il nostro manifatturiero. L’Italia tra il 2000 e il 2020 ha perso rispetto alla Germania 26,4 punti di competitività misurata in termini di CLUP, 26,8 rispetto alla media dell’Eurozona a fronte di guadagni salariali in linea o talvolta più ampi che altrove.
Tale rapporto nel manifatturiero italiano partiva nel 2000 sopra quello medio nell’Eurozona (38,3% contro 34,7%), ma dal 2004 è stabilmente sotto, con un divario pari a 3,6 punti nel 2020 (34,8% contro 38,4%). Andrea Garnero (economista del lavoro presso la Direzione per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’OCSE) spiega che, mentre negli altri Paesi il reddito da lavoro annuo – a parità di potere d’acquisto – è aumentato, in Italia è diminuito dell’1% tra il 1990 e il 2020. E questo dato è legato alla lenta crescita della produttività italiana a partire da metà anni Novanta, che si ripercuote a sua volta sulla crescita bassa del Paese per gli scarsi investimenti in tecnologia e ricerca e sviluppo. Tra una microimpresa, con meno di dieci dipendenti, e una grande, con più di mille dipendenti, c’è una differenza di oltre diecimila euro all’anno sulla RAL e tutti sappiamo come in Italia poche siano le Corporate. Secondo l’Osservatorio Job-Pricing, a fronte di una media nazionale di 30.838 euro di Ral, le buste paga più pesanti sono quelle degli addetti dei servizi finanziari (45.906 euro lordi/anno), a seguire le utility (con 33.459 euro), l’industria di processo (32.259) e l’industria manifatturiera (31.475). Sotto la media: i servizi (29.564), il commercio (29.926), l’edilizia (27.896) e l’agricoltura (25.198 euro).
Tutto questo induce ad una purtroppo realistica presa d’atto che nessuna dottrina economica è stata ne potrà essere in grado di superare le disuguaglianze senza una radicale nuova interpretazione del modello economico che ponga al centro l’uomo “ultima solitudo” per citare Duns Scoto. Questa interpretazione fissa i cardini nel Welfare purtroppo ancora assolutamente lontano da quel “capitalismo delle persone” per citare ancora la tesi Milanovic.
In sintesi:
a) una maggiore distribuzione non solo dei redditi da lavoro, per via di aumento di salario minimo, e altre classiche misure redistributive, ma anche di quelli da capitale e della ricchezza
b) vantaggi fiscali per la classe media, e nello specifico un maggiore accesso al mercato finanziario
c) un migliore accesso all’istruzione pubblica
d) un diritto più inclusivo alla cittadinanza
infine, il nostro vero alleato: il Welfare, ovvero il complesso delle politiche pubbliche messe in atto dallo Stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, modificando in modo deliberato e regolamentato la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato stesso.
Ma c’è un principio che non può essere delegato ed è quello che ciascuno è in grado di riconoscere, declinare e mettere in atto e si chiama “giustizia sociale”, senza l’abilità di trovargli il comodo rifugio in ciò che chiamiamo legalità. Vi sono persone, ai margini delle Scuole Economiche e delle teorie che hanno attraversato i secoli fin dalla Rivoluzione francese che, tramite il pensiero e le azioni, hanno fatto la differenza ed hanno cambiato il nostro mondo cercando di comporre questa frattura. (Mahatma Gandhi (1869 -1948), Eleanor Roosevelt
(1884 -1962), César Chávez (1927–1993), Nelson Mandela (1918 –2013), Martin Luther King, Jr. (1929 -1968), Desmond Tutu (1931–2021), Oscar Arias Sánchez (nato nel 1940), Muhammad Yunus (nato nel 1940), José Ramos-Horta (nato nel 1949).
Si fa strada il pensiero di Balducci da: “Gli ultimi tempi” vol. 3 …Come sappiamo, abbiamo l’obbligo di costruire leggi che siano il più possibile conformi a giustizia. Dio solo sa quanto sarebbe utile che noi discutessimo di queste libertà senza cadere immediatamente in forme carismatiche di esaltazione della libertà dello Spirito che spesso diventa pretesto per altre libertà. […] Noi siamo figli di una storia in cui, sotto il pretesto della libertà che la grazia ci ha concesso, abbiamo educato i giovani e le masse alla indifferenza per la libertà politica, per la giustizia economica. […] La liberazione congiunge il gesto dell’autonomia dello spirito con la povertà, con la liberazione dai condizionamenti economici. […] Per essere liberi dobbiamo davvero tenere sotto controllo i meccanismi economici che ci regolano, che ci condizionano ed invece essi si dilatano, entrano nei luoghi sacri, vi costruiscono le proprie macchine segrete e spesso proprio nei luoghi da cui viene la parola dello Spirito si costruiscono bassi interessi che sono la dimostrazione evidente di questo naufragio della libertà, di questa contraffazione della libertà.
Concludo con le parole di papa Benedetto XVI: “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”, perché vi è “una mentalità che è andata diffondendosi nel nostro tempo e che, rinunciando a ogni riferimento al trascendente, si è dimostrata incapace di comprendere e preservare l’animo umano. La diffusione di questa mentalità ha generato la crisi che viviamo oggi, che è crisi di significato e di valori, prima che crisi economica e sociale. L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente, nel calcolabile e nel misurabile, alla fine rimane soffocato”
E di papa Francesco, diffuse dall’Enciclica Evangelii gaudium: “L’inequità è la radice dei mali sociali” (EG, n. 202). “Questo implica ‘eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale’” (EG, n. 173). E ancora: “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema” (EG, n. 202).
L’Inequità non è mera disuguaglianza: in sé la disuguaglianza non è ingiusta e peraltro è inevitabile. Inequità sono piuttosto quelle disuguaglianze che sono ingiuste, frutto di strutture ingiuste.