9 Marzo 2025, 1° Domenica di Quaresima
Prima Lettura Dal libro del Deuteronomio Dt 29, 4-10
Salmo 90
Seconda Lettura Dalla lettera di San Paolo ai Romani, Rom 10, 8-13
Vangelo Dal Vangelo secondo Luca Lc 4, 1-13
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Queste letture, specie quella delle Tentazioni, ci invitano a scendere alle radici
del nostro smarrimento umano. Due sono i tratti che vorrei mettere in luce. Il
primo è il modo di confessare la fede presentato dal brano del Deuteronomio.
Noi siamo eredi di una cultura in cui le certezze vengono fissate nel cielo delle
astrazioni e affidate al riconoscimento dell’intelletto. La nostra tradizione
intellettualistica, che investe non solo le sfere propriamente intellettuali ma il
costume generale del nostro mondo, fa consistere la professione di fede in una
enunciazione di principi a cui si aderisce. Invece qui, capovolgendo questo
rapporto alienante, la fede è una memoria storica, è un certo modo di
recuperare i fatti personali e collettivi che ci hanno prodotto. Dio non è scritto
nei concetti ma nei fatti, la sua realtà non puo essere definita per categorie
intellettuali, ma a partire dall’esperienza non dà mai i motivi dell’evidenza:
possiamo pensare al nostro passato di umanità per trovarvi in abbondanza
segni che Dio non c’è e che l’uomo è abbandonato al gioco del caso. Però
possiamo anche ritornare al nostro passato, personale e collettivo, e trovarvi i
segni abbondanti di una presenza che ci asterremmo dal definire,
dall’oggettivare in concetti chiari e distinti ma che è una presenza che colma
l’anima di significati, che riempie l’esistenza di una certezza che scende alle
radici e fa fronte a smentite apparentemente più invincibili, suprema fra tutte
quella della morte. È difficile capire I’importanza di questa rettificazione della
professione di fede. Tra gli altri suoi effetti ci sarebbe quello di non opporre le
nostre certezze alle certezze altrui, la nostra cultura alla cultura altrui, perché
ogni uomo ha una sua storia, ogni popolo ha una sua storia e se di Dio si può
parlare si deve parlarne col rispetto di questa storia. E proprio di questo che
oggi vorrei parlare.
Fra tanti smarrimenti del pensiero e del costume non manca, nel nostro tempo,
una riflessione sull’uomo libera da dogmatismi, capace di scendere alle radici
degli smarrimenti umani. Nelle varie forme in cui si svolge, questa
riflessione giunge ad una conclusione: l’uomo vive fuori asse. E come se alle
radici della nostra realtà umana ci fosse stato uno spostamento, magari
minimo, i cui effetti nel nostro vivere, specialmente nel nostro vivere
collettivo, diventano disastrosi. Nel linguaggio religioso lo potremmo
chiamare «peccato di origine», ma non c’è bisogno nemmeno di scomodare
questa fraseologia già codificata. Più che un peccato di origine, da relegare in
tempi remoti, questo è un peccato assiale, un peccato che determina una
dissimmetria costante tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Parlando
dell’uomo secondo la linea del dover essere possiamo abbandonarci a
meravigliose considerazioni: veramente l’uomo è il miracolo nell’universo. Ma
se ci muoviamo, forse con più ragione, sulla linea della dissimmetria, sulla
linea del contrasto costante principio del dover essere, allora non possiamo
che accumulare considerazioni catastrofiche. Soprattutto oggi. Non importa se
partiamo da una premessa di fede o semplicemente da una premessa razionale:
la disperazione che evapora in ogni angolo della terra specialmente là dove si
riflette e si ragiona, è dovuta alla costatazione che la frattura originaria si è
aperta in maniera progressiva e il suo effetto è la morte, la morte collettiva. E
importante saper definire questa dissimmetria fondante.
Da “Il Vangelo della Pace” vol.3 anno C