23 Febbraio 2025, 7° Domenica T.O.

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Prima Lettura Dal primo libro di Samuele 1 Sam 26, 2.7-9.12-13. 22-23
Salmo 102
Seconda Lettura Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, 1Cor 15,45-49

Dal Vangelo secondo Luca Lc 6, 27-38

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Ogni volta che mi avviene di confrontarmi con parole come queste che avete ascoltato,
mi trovo in un profondo imbarazzo, che forse è anche il vostro. Da una parte, con tutta la
mia anima, aderisco a queste parole: non solo perché sono parole che vengono da Gesù e
hanno, quindi, l’autorità di Dio, ma perché per una intuizione dello spirito — sento che
sono vere. Dall’altra parte mi accorgo che nella società — e deve essere sempre stato così
se i nemici vengono perdonati, i violenti vengono tollerati, se si dà, a chi ci ruba il

mantello anche la tunica, la violenza straripa onnipotente. Occorre porre un argine.
Occorre, dunque, a livello politico, rispondere con gli strumenti con cui gli oppressori
opprimono l’uomo. E allora ci troviamo lontani da questa Parola. Ecco l’imbarazzo
morale, che non va sfuggito, ma va vissuto, cercando di scendere alle radici di questa
contraddizione tra un postulato di giustizia che sembra portare lontano dall’amore e un
postulato di amore che sembra portarci lontano dalla giustizia.
Dico subito che ogni tentativo di conciliare queste due tendenze è inutile e senza
esito. La contraddizione che noi avvertiamo a livello della coscienza è una contraddizione
che dobbiamo proiettare, secondo l’indicazione luminosa di Paolo nella Lettera ai Corinzi,
nel nostro stesso essere interni ad una storia. Prima c’è l’uomo animale e poi quello
spirituale. Prima c’è l’uomo terreno e poi quello celeste, cioè quello futuro. Sappiamo chi
è l’Adamo terreno: siamo noi. Noi viviamo dentro una logica carnale da cui non possiamo
sottrarci in modo spiritualistico, come se questa storia non ci fosse. Dall’altra parte l’uomo
spirituale, l’uomo nuovo che è il Cristo, noi non possiamo rimandarlo al futuro: dobbiamo
viverlo oggi, all’interno di questa nostra condizione. Ecco dov’è la contraddizione di
fondo, a cui un cristiano, eludendo le astratte elucubrazioni morali, scende per misurarvi
se stesso. E allora, forse, una certa risposta a questa contraddizione, così sentita oggi, la
possiamo trovare. Il tempo che stiamo vivendo è un tempo in cui la violenza assume
forme nuove, diventa una specie di processo endemico che avvelena i rapporti sociali (e
anche quelli privati) e dà luogo a manifestazioni pubbliche in cui lo scatenamento della
bestia che è l’uomo sembra senza confini e ci fa spavento.
Il cristiano in quanto crede alla Parola del Signore, si fa responsabile in modo particolare
della voce della coscienza morale che è in tutti. E perciò, anche se la sconfitta della
violenza è il compito di tutti e non sua prerogativa, egli sa che la sua testimonianza della
mitezza è decisiva per la sua autenticità di credente e per il suo servizio al mondo.
La prima verità da ricordare è che siamo interni ad una storia di peccato e che la storia di
peccato non si cancella semplicemente con una decisione soggettiva: ci siamo dentro.
Fuori di noi l’avvertiamo in modo così scoperto, che non ho bisogno di insistere. Ma il
peccato è anche dentro di noi. Inseriti come siamo in un sistema di relazioni sociali, non
basta che la nostra intenzione soggettiva sia pulita e pura perché perdiamo la complicità
con la violenza. Basterebbe una breve analisi per dimostrare che anche chi si ritira
nell’eremo contribuisce alla violenza collettiva sottraendosi allo sforzo collettivo di coloro
che vogliono cambiare il mondo perché sia un mondo non violento. Non si esce dalla
complicità. Per me questa è una certezza sempre più forte e sempre più riferibile alla
Rivelazione cristiana. Quando il Signore dice: « Voi tutti siete cattivi » vuol dire che noi
tutti siamo radicati nel vecchio Adamo, che la storia consiste in questo tentativo di
superare le pastoie del vecchio Adamo che sono in noi. Chi crede di esser puro è più in
peccato perché vive con la coscienza falsa. Detto questo -— ed ecco qual è la natura
profetica dell’esistenza cristiana noi affermiamo, con altrettanta sicurezza, che questa
logica non è onnipotente, che questa legge del peccato è stata vinta e che a coloro che
hanno buona volontà è concesso di vincerla. Vincerla, è vero, in modo incoativo, parziale,
per anticipazioni rapide, ma sufficienti ad allevare nel nostro cuore la speranza di un
mondo nuovo, di un Regno di Dio in cui ogni violenza sarà finalmente abbattuta. Questo
Regno viene verso di noi, è dentro di noi, germoglia fra i crepacci della violenza con una
diversità meravigliosa! Noi dobbiamo allevare questa speranza, non coltivando illusioni
ma facendo forza sulla realtà.
Da “Il mandorlo e il fuoco” vol.3 anno C

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