2 Marzo 2025, 8° Domenica T.O.

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Prima Lettura Dal libro del Siracide Sir 27, 5-8
Salmo 91
Seconda Lettura Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, 1Cor 15,45-49

Vangelo Dal Vangelo secondo Luca Lc 6, 27-38

 

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La liturgia d’oggi ha come suo tema dominante quello della parola come, per un verso, manifestazione
della vera natura dell’uomo e come, per l’altro verso, strumento di ipocrisia.
Vorrei prendere occasione da questo messaggio della Scrittura per una riflessione sulla sofferta
contraddizione che ho sperimentato da quando esercito il ministero della parola. Noi diciamo parole
grandi, parole che non possono non suscitare in chi ascolta un consenso ma non ci preoccupiamo
adeguatamente di domandarci se a queste parole corrisponde la realtà, se le parole che usiamo non siano
per caso una specie di intreccio di finzioni dentro le quali ci muoviamo come se fossero realtà vera.
Questo imbroglio di ipocrisia non è semplicemente dovuto ad un difetto della nostra mente, è dovuto alla
volontà di coprire la realtà delle cose che invece pesa sulle spalle di coloro che non hanno parole, che
non sanno farsi ragione, che non hanno la forza per smentirci e portano il peso della menzogna sulle
proprie spalle. Questa contraddizione, se appena la coscienza è viva, in certi casi diventa come
insopportabile. Mi viene a mente quanto un grande teologo e martire di questo nostro tempo,
Bonhoeffer, scriveva nella sua prigionia prima di morire: «Tutti dovremo fare un voto: non nominare più
né Dio, né le grandi parole. Per venticinque anni fare silenzio per mettere al posto delle parole le opere».
Sarebbe un voto straordinario ma, forse, è inattuabile. Quanto meno il senso di questo consiglio lo
possiamo far nostro ed oggi cercheremo di riflettere sulla necessità di stabilire un rapporto di conformità

tra il nostro modo di parlare e il nostro modo di essere. Oggi anche la scienza antropologica ci dice che
la parola non è nell’uomo solo uno strumento, rivela la sua intima natura: l’uomo è l’essere che parla e
parla prima ancora che la sua parola acquisti suono sulle labbra. La parola colloca l’uomo dal mondo
della fisicità, della pura istintività in un universo simbolico dove le parole stanno al posto delle cose e
rivelano il senso delle cose. Ecco perché c’è qui l’elogio della parola. La parola però è anche lo
strumento con cui l’uomo può prevalere sull’altro e può nascondersi la verità delle cose. Se l’uomo è
cattivo, come ci dice il Vangelo, le sue parole, anche le più alte, traggono linfa dalla sua malvagità.
Sappiamo che è così. Mi si affollano alla mente, scorrendo rapidamente gli esempi della storia, momenti
esemplari, come quando durante la Rivoluzione Francese, che aveva inalberato la parola libertà, una
delle vittime della ghigliottina disse: «Libertà, quante vittime in tuo nome! D. Potrei dire così di ogni
grande parola. In nome della giustizia quali stermini abbiamo compiuto! Non c’è parola più cara che
quella della giustizia ma essa è stata copertura di ignominie. Appena un anno fa abbiamo fatto una
guerra di sterminio per fare la pace e per affermare il diritto. Le grandi parole coprono ignominia. E una
constatazione sconcertante, dalla quale ci tratteniamo perché abbiamo bisogno di difendere le ragioni del
vivere. Cadremmo in una totale eclisse della ragione se non avessimo la certezza che tuttavia il nostro
parlare, il nostro esprimerci dal profondo costituisce non solo la nostra dignità ma l’unica speranza che si
possa arrivare davvero a stabilire una comunione fra tutti gli esseri. La comunione infatti avviene
attraverso le parole. Anche se l’esperienza ci dice che non avviene così, che anzi le parole più si va in
alto e più sono ambigue — come dice la stessa etimologia della parola ‘diplomazia’ —, però se
ritorniamo ai momenti più veri della nostra esperienza, quelli animati dall’amore, dall’amicizia,
ricordiamo che è proprio nella parola la nostra dignità, il tramite della nostra unione. Del resto noi siamo
qui a professare fede nella parola. Il Cristo, il Verbo è la parola di Dio. Cominciamo proprio da qui per
compiere, senza troppe pretese, una riflessione su questo tema accogliendo con sincerità la provocazione
che oggi ci viene dal brano in cui Paolo dice, pensando alla morte del Cristo che ha abolito la morte:
«Dov’è, o morte, la tua vittoria? Ecco intanto delle parole che ci inquietano perché noi abbiamo anche il
dovere, da cui non dobbiamo mai sottrarci, di misurare le parole con i fatti. Questo è un interrogativo
sconcertante. Potremmo ribattere a Paolo che è la morte che ci conduce ovunque e ci dice: ‘Ecco la mia
vittoria’. La morte vince. Perché allora sollevare su di noi l’impossibile pensiero che la morte è stata
vinta? Non andiamo, forse, nei cimiteri? Non abbiamo, forse, sotto gli occhi spettacoli continui di una
morte che stravince? che sembra partorire la vita solo per avere poi il trionfo su di essa? Questa è la
domanda che ci facciamo. Perché dunque è stato seminato nel nostro cuore il convincimento che la
morte è stata vinta? Chi ha detto questa parola che strapazza la nostra coscienza? Dobbiamo dire che
davvero la parola in chi la pronuncia genera un obbligo ed un debito nei confronti di chi ascolta; vorrei
dire — osando forse troppo — che noi siamo dinanzi a Dio dei creditori perché Egli ci ha detto qualcosa
che non risponde ai fatti in quanto nei fatti è la morte che ha vinto e vince. Tutto ciò che la scienza, che è
l’unico lume a cui possiamo attingere secondo ragione, dice del futuro è che esso sarà sopraffatto dalla
crescita della morte: la vita è una parabola breve. Questa è la verità. Perché dunque questa parola di
Dio? Aver fede vuol dire prendere sul serio la parola di Dio ma avendo, in qualche modo, pietà di noi
dinanzi a Dio e invocando da Lui pietà nei nostri confronti perché Egli ci ha creato mortali e la morte
vince. Come appoggiare allora questa sua promessa sulla nostra fragilità? Essa è troppo grande per le
nostre forze. Di qui la necessità di una fede che sia insieme sincera, leale e filiale. Ci abbandoniamo con
fede a questa parola che d’altronde ha fissato il punto della sua verifica non nella trama mobile, labile dei
giorni che viviamo ma in un punto ultimo: è nel futuro che vedremo se Dio ha ragione. La fede è anche
questa scommessa. Tuttavia, per poterci ergere con questo diritto al sospetto nei confronti della parola
che ci è stata detta, noi dobbiamo fare i conti con noi stessi. Che cosa sono le nostre parole? Come
possiamo entrare nella luce di questa verità se non facciamo di tutto per esser liberi dall’ipocrisia delle
nostre parole? La verità non è nella parola, è in ciò a cui la parola allude. La verità della vita che ci è
stata promessa è una verità in cui non si entra attraverso l’esercizio della parola ma con tutto il nostro
essere, una volta che il nostro essere si purifichi, si maturi attraverso il cimento della verità delle cose: il
bisogno di far coincidere le parole con i fatti. Ecco allora la misura morale che ci attende.
Da “Il tempo di Dio”, Ultime omelie

/ la_parola