16 Marzo 2025, 2° Domenica di Quaresima
Prima Lettura Dal libro del Genesi Gn 15, 5-12. 17-18
Salmo 26
Seconda Lettura Dalla lettera di San Paolo ai Filippesi, Fil 3, 17-4,1
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Dal Vangelo secondo Luca Lc 9, 28-36
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Dobbiamo davvero addestrarci a vivere in una fede che non ama le parole, che
non si dice in tutte le piazze e per tutte le strade, che non segna dei suoi segni
tutti i muri e tutti i crocicchi: una fede impegnata nel suo silenzio, o nella
testimonianza e nell’annuncio in tempo opportuno, secondo regole di supremo
discernimento spirituale. Questa laicità che prevede la fine di ogni
presuntuosa «fioritura dinanzi agli uomini» è un impegno storico a cui non
siamo ben disposti. Tanto è vero che, a volte, nei momenti in cui la sicurezza
che viene dalla fede è contraddetta dall’evidenza dei fatti, molti ritornano alle
vecchie forme, così tranquillizzanti, alle tende tiepide in cui l’infanzia rimane
per incubazione indefinita, alla voglia di non camminare. Muore così la spinta
che scaturisce dalla fede nella Parola che ci chiama ad andare avanti verso una
patria che ancora non conosciamo.
Questo modo di annunciare e di vivere il Vangelo è anche il vero segno di
fraternità che gli uomini di oggi, non credenti, attendono da noi. Il nostro
tentativo di avvicinarci agli uomini d’oggi, con relazioni umane più pacifiche e
tranquille, è solo simulazione se non comporta la spoliazione della
presuntuosa diversità nei confronti della semplice condizione umana. Ci son
tanti modi di offendere una coscienza: non c’è solo la presunzione del
proselitismo che l’aggredisce, ma c’è anche la presunzione di chi, mostrandosi
fratello, si confessa invece un salvatore: e allora le coscienze più fini si
difendono dagli artigli orpellati dei salvatori che le circuiscono. Noi non
siamo salvatori di nessuno: la salvezza viene da Dio per vie stranissime. Lo
Spirito Santo, nell’epoca medievale a cui mi riferisco, vagava più fuori dei
confini della chiesa che dentro la chiesa. E noi possiamo proiettare questa
evidenza retrospettiva nel presente: noi non sappiamo per quali vie Dio
proroga la sua salvezza. La nostra condizione è quella di vivere la fede come
una certezza interiore derivante dalla Parola di Dio e come un bisogno di
camminare avanti con tutti coloro che trovano ragioni per rifiutare
l’attendamento dell’umanità e guardano il futuro. Questa «fede secondo
Abramo», dunque, è la forma che siamo chiamati a reinventare, in una linea di
continuità con i tempi remoti, Infatti questa forma di fede è sempre esistita:
anche negli spazi della chiesa ci sono stati sempre gli uomini umili, come
Francesco, che ha vissuto questa fede con amore. Francesco entrò nel campo
dei Saraceni tra le beffe dei crociati che lo consideravano un matto, per parlare
come amico con il Sultano. Oggi lo ricordiamo come un modello lontano che
noi vorremmo realizzare. Troppo tardi ormai, perché la nostra storia di fede è
insanguinata di crociate. E quindi abbiamo una ragione in più di prendere il
silenzio anche come forma di riparazione di orgogli antichi, come salario
storico di debiti contratti nel passato nemmeno troppo remoto. Ecco cosa
volevo dirvi, con parole oscillanti, ma convinte: noi, dinanzi al Gesù solo,
uomo umile e tremante dinanzi alla prospettiva della morte, e al Gesù
circondato dalla luce dei profeti, dobbiamo scegliere il Gesú solo, perché
questo Egli chiese ai suoi, i quali, mentre volevano far tende sul monte,
quando venne il Getsemani, dormivano; e quando venne la Croce, scapparono.
Questo ingresso nel tunnel oscuro del semplice essere uomini, è un ingresso
faticoso, ma è il più grande tributo di carità, che possiamo offrire al mondo.
Da “Il Vangelo della Pace” vol.3 anno C